Arti e Mestieri | La vita che cammina nella tradizione

Nei racconti degli artigiani, la riscoperta di storiche attività che andrebbero recuperate
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OMI Sud – News

Quali sono gli antichi mestieri che sopravvivono nelle città, e chi sono ancora gli artigiani che tengono ancora vivi alcuni lavori? Sopravvive il mestiere del risuolatore, o meglio del calzolaio, proprio nel centro di Crotone, maestrie che raccontano parte della storia cittadina. Recarsi dal calzolaio non indica solo far riparare una scarpa. Significa colloquiare, scambiare pensieri, salutarsi o semplicemente chiedere come va, raccontarsi un po’. Lì, nella bottega dove tra scarpe e borse di pelle si ripara la vita. Ci vogliono anni per apprendere un mestiere, altrettanti per amarlo. Così come la suola della scarpa si consuma al contatto col terreno, così lentamente questo mestiere sta incontrando un vicolo cieco. Lo sa bene Mastu Vicenzu De Carlo, che celebra i suoi cinque decenni di attività al servizio della gente, per ripare le loro scarpe.


Ne ha viste tante di strade altrui risistemando tante scarpe, di diversa misura, di differente fattura, di tanta gente diversa. Il pericolo adesso è che questo mestiere «u ssì recupera cchiù». Mastu Vincenzo ha iniziato da apprendista, quando era ragazzo, nella bottega dal maestro Nicola Bevilacqua a Melissa il quale era «sordomuto, ma precisissimo. Poi a Crotone – racconta – ho preso il mio primo magazzino». Dietro la tendina verde sono disposte tante scarpe, cinte, borse, e anche tanti ricordi. Da buon saggio ci rammenta che «tutti i mestieri sono buoni, e vanno fatti come si deve. Bisogna metterci la buona volontà, e così tiri avanti, altrimenti chiudi».

E non chiude le sue porte per l’intervista rilasciata a CrotoneOk, tra suole di cuoio, il rumore della risuolatrice, chiodi, borse appese e la consapevolezza che questa è una vecchia arte da cui i giovani rifuggono: «nemmeno si domandano che mestiere sia. Mio figlio lavora a Reggio Emilia. Da piccolo nemmeno ci passava da qui, vedendo la vita che facevo io, assiduo a lavorare, non passava». A risuolare un paio di scarpe, ci racconta, ci vuole un’ora, un’ora e mezza al massimo. Tantissimi anni fa col suo mestiere, nel suo negozio, offriva lavoro ad altre persone: «Oggi zero. C’è poco. Adesso se c’è il lavoro giornaliero… ma adesso è azzerato. Adesso no, non si riesce proprio a sopravvivere». Le cause della diminuzione del lavoro, per Mastu Vincenzo, sono rintracciabili nella qualità delle scarpe immesse nel mercato: «ci sono purtroppo scarpe di gomma, non più di cuoio come una volta. Se un paio di scarpe costa 10 mila lire – pone l’esempio – io non posso farci un lavoro da 13 mila lire. Non conviene. Quindi le buttano. Le fabbriche chiudono sempre più». Da ragazzo apprendista, adesso il signor De Carlo ha i capelli bianchi, raccontandoci una storia vissuta.

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Un mestiere che si è tramandato, ma che oggi non ha più testimoni

«Io invece ho appreso questo mestiere da mio fratello». Abbiamo ascoltato un altro maestro calzolaio, mastu Giuseppe Mungo, che da oltre venti anni svolge questa professione appresa in famiglia: «all’inizio non mi piaceva… poi piano piano». Questa professione resterà senza testimoni, senza il passaggio di consegne come avveniva in passato, da maestro a discepolo, o da fratello più grande a fratello più piccolo: «i ragazzi – ha detto – adesso stanno troppo comodi, hanno il telefonino, hanno i soldi. Non si vuole apprendere, non c’è niente più, non è come una volta». Anche per Mastu Giuseppe questa professione è destinata al tramonto poichè non vi sono più tante scarpe da aggiustare come una volta, complice il cambiamento di produzione delle stesse dal cuoio alla gomma: «mi portano la plastica, scarpe che non si aggiustano. Sono scarpe usa e getta». Chissà se in futuro questa professione rimarrà per le strade dei centri abitanti con i suoi racconti, con le sue scarpe che hanno percorso chilometri, con la sapienza artigiana che narra tante storie.

Danilo Ruberto