Calabria - Oltre 180mila persone rinunciano alle cure
Liste d’attesa e difficoltà economiche spingono sempre più cittadini calabresi a rinunciare a visite ed esami
Calabria - La sanità calabrese continua a mostrare forti criticità sul fronte dell'accesso alle cure, del personale e della capacità di garantire servizi uniformi sul territorio. È quanto emerge dai dati regionali contenuti nel 9° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale, presentato il 7 ottobre 2026 dalla Fondazione GIMBE.
Un quadro nel quale la Calabria presenta alcuni indicatori migliori della media nazionale, ma anche ritardi strutturali che continuano a pesare sulla qualità e sull'accessibilità dell'assistenza. Nel 2025 il Fondo Sanitario Nazionale pro capite destinato alla Calabria è stato di 2.223 euro, leggermente superiore alla media italiana di 2.218 euro. Un dato che, tuttavia, non si traduce automaticamente in una maggiore capacità di risposta del sistema sanitario regionale.
L'aspettativa di vita alla nascita in Calabria nel 2025 è stata infatti di 82,9 anni, contro gli 83,7 della media nazionale. Ancora più significativo è il dato relativo al personale: nel 2024 la regione contava 10,4 unità di personale sanitario dipendente ogni mille abitanti, contro le 12,1 della media italiana.
LEA, la Calabria ultima: pesa soprattutto l'assistenza territoriale
Il dato più critico riguarda i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Nel 2024 la Calabria ha ottenuto un punteggio complessivo di 189 su un massimo di 300, risultando ultima tra Regioni e Province autonome e classificata come inadempiente secondo il Nuovo Sistema di Garanzia.
Il quadro si fa ancora più chiaro guardando alle singole aree. La Calabria ottiene 66 punti nella prevenzione, collocandosi al 17° posto, 52 punti nell'assistenza distrettuale, risultando ultima, e 71 punti nell'assistenza ospedaliera, che la collocano al 16° posto.
Rispetto al 2023 il punteggio complessivo è comunque migliorato di 12 punti, ma la distanza dalla piena garanzia dei servizi resta evidente, soprattutto sul territorio. È proprio l'assistenza distrettuale a rappresentare uno dei principali punti deboli del sistema regionale.
A questo si aggiunge il fenomeno della rinuncia alle cure. Nel 2024 dotazione di personale insufficiente soprattutto per una sanità che dovrebbe rafforzare l'assistenza il 10% dei cittadini calabresi, oltre 180mila persone, ha dichiarato di aver rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria. La percentuale è sostanzialmente in linea con la media nazionale del 9,9%, ma registra in Calabria un aumento di 2,7 punti percentuali rispetto al 2023.
Medici e infermieri in calo, mentre cresce la mobilità sanitaria
Sul fronte del personale, il divario con il resto d'Italia rimane significativo. Nel 2024 la Calabria disponeva di 1,78 medici dipendenti ogni mille abitanti, contro 1,84 a livello nazionale. Ancora più marcata la differenza per gli infermieri: 4 ogni mille abitanti, rispetto ai 4,75 della media italiana.
Il rapporto tra infermieri e medici è pari a 2,25, contro il 2,59 nazionale. Numeri che fotografano una dotazione di personale insufficiente soprattutto per una sanità che dovrebbe rafforzare l'assistenza territoriale.
Anche la medicina di base presenta segnali di difficoltà. Tra il 2019 e il 2024 il numero dei medici di medicina generale è diminuito del 20,2%, una riduzione superiore alla media nazionale del 14,1%. Secondo la stima GIMBE, al 1° gennaio 2025 in Calabria mancavano 43 MMG rispetto al rapporto ottimale di un medico ogni 1.200 assistiti. Entro il 2028, inoltre, 420 medici di medicina generale raggiungeranno i 70 anni, con il conseguente rischio di ulteriori carenze.
Problemi analoghi riguardano i pediatri: la stima indica una carenza di 16 pediatri di libera scelta, mentre entro il 2029 saranno 70 quelli che raggiungeranno l'età pensionabile. Solo il 77,1% dei bambini tra 6 e 13 anni risulta seguito da un pediatra di libera scelta, contro l'82,9% della media nazionale.
Un'altra fotografia particolarmente significativa arriva dalla mobilità sanitaria. Nel 2023 la Calabria ha registrato un saldo negativo di 326,9 milioni di euro, in peggioramento di 22,1 milioni rispetto al 2022. La regione ha prodotto crediti per circa 35,4 milioni, ma debiti per oltre 362,3 milioni di euro, collocandosi al quinto posto tra le regioni per valore dei debiti.
Il dato racconta anche un altro fenomeno: molti calabresi continuano a rivolgersi a strutture sanitarie fuori regione per ottenere cure e prestazioni.
La sfida per la Calabria: trasformare le risorse in servizi accessibili
Il quadro che emerge dal rapporto GIMBE mostra dunque una Calabria alle prese con una contraddizione: le risorse pro capite del Fondo sanitario sono leggermente superiori alla media nazionale, ma i risultati sul fronte dei servizi restano insufficienti.
Anche la spesa sanitaria sostenuta direttamente dai cittadini presenta un dato particolare: nel 2024 la spesa sanitaria pro capite trasmessa al Sistema Tessera Sanitaria per la dichiarazione dei redditi è stata di 449 euro, contro i 787 euro della media italiana. Un valore che, letto insieme all'aumento delle rinunce alle prestazioni, non può essere interpretato semplicemente come una minore necessità di cure: chi non può permettersi una prestazione privata può anche essere costretto a rinunciare alle cure o ad affrontare lunghi tempi di attesa.
Per la Calabria, quindi, la questione non riguarda soltanto quanto viene speso, ma soprattutto come le risorse vengono trasformate in servizi concretamente disponibili per i cittadini. Il rafforzamento della medicina territoriale, il reclutamento e la permanenza di medici e infermieri, la riduzione delle liste d'attesa e il contenimento della mobilità sanitaria rappresentano alcuni dei nodi principali.
Il dato più emblematico resta quello dei LEA: 52 punti nell'assistenza distrettuale e ultimo posto nazionale. È proprio da qui che passa una delle sfide più importanti per la sanità calabrese: costruire una rete territoriale capace di intercettare i bisogni dei cittadini prima che diventino emergenze e ridurre la necessità di cercare altrove le cure che dovrebbero essere garantite sul territorio.
Perché il diritto alla salute, come evidenzia GIMBE nel rapporto, non dipende soltanto dalle risorse stanziate, ma dalla possibilità concreta di ricevere una prestazione nei tempi e nei luoghi in cui serve.
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