“Chi asciugherà ora le lacrime di Giovanni?”: l’ultimo abbraccio a Francesca Anastasio
Nella chiesa di Santa Rita i funerali della mamma di Dodò Gabriele. Don Ciotti: “Ha trasformato il dolore in responsabilità”. L’omelia di monsignor Torriani scuote la città
Una chiesa gremita, il silenzio rotto soltanto dalla preghiera e dalle lacrime. Crotone ha dato l’ultimo saluto a Francesca Anastasio, la mamma di Dodò Gabriele, scomparsa nei giorni scorsi dopo settimane di coma. I funerali sono stati celebrati nella chiesa di Santa Rita da Alberto Torriani insieme a Luigi Ciotti, al parroco don Tommaso Mazzei, a don Massimo Buscema, don Massimo Sorrentino, sacerdoti delle zone dove abitava la famiglia Gabriele, don Francesco Antonio Cardace, don Giuseppe Bentivoglio e don Girolamo Ronzoni, vicario foraneo.
Presenti il prefetto di Crotone Franca Ferraro, il sindaco, il questore, i comandanti di Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco e Polizia Municipale. In chiesa anche il presidente di Libera Calabria Giuseppe Borrello, il presidente di Libera Crotone Antonio Tata, l’associazione Dodò Gabriele, numerosi rappresentanti del terzo settore e il preside Franco Rizzuti, dirigente scolastico di Dodò ai tempi della scuola media.
Un’intera comunità si è stretta attorno a Giovanni Gabriele e alla famiglia, rendendo omaggio a una donna che ha trasformato la tragedia personale in testimonianza civile. Dopo l’uccisione del figlio Dodò, Francesca Anastasio aveva scelto di non chiudersi nel dolore, attraversando scuole, piazze e incontri per parlare ai giovani di legalità, rispetto e libertà dalle mafie. Sempre insieme a Giovanni.
Nel suo intervento, don Luigi Ciotti ha ricordato il valore della sua testimonianza: “Lei non si è ripiegata sul suo dolore. Ha trasformato il suo dolore in responsabilità dell’impegno. Insieme a Giovanni hanno attraversato l’Italia per scuotere le coscienze delle persone, per far comprendere che la violenza criminale non riguarda solo magistrati e forze di polizia, ma chiama in causa la responsabilità di ciascuno di noi”.
Poi il fondatore di Libera ha aggiunto: “Ha testimoniato che ci sono momenti nella vita in cui tacere diventa colpa e parlare diventa una responsabilità civile. È stata una testimone”.
Don Ciotti ha quindi voluto rivolgere un messaggio forte alla città e ai giovani presenti in chiesa: “Voi, la stragrande maggioranza di voi, siete la vera pace di questa terra, non la ’ndrangheta. La ’ndrangheta è una gramigna che si estirpa con lo studio della giustizia e con l’antibiotico della coscienza”.
Parole che si sono intrecciate al ricordo umano e civile di Francesca Anastasio: “Francesca ha fatto più di tante polemiche che noi facciamo. Ha detto con la sua vita che si può lottare senza odiare, che si può chiedere giustizia senza diventare giustizieri, che si può ricordare senza trasformare la memoria in un museo di rancori”.
Il sacerdote ha ricordato il legame costruito negli anni con i giovani e con il territorio: “Francesca, insieme a Giovanni, ha scelto di amare i giovani, di amare la verità, di amare la vita”. E ancora: “Intorno alla sua storia e alla sua testimonianza si è raccolta una comunità di uomini e donne che dice basta, che vuole una Calabria libera e bella”.
Commovente anche il passaggio rivolto direttamente ai ragazzi: “Ogni volta che incontrate un’ingiustizia, non giratevi dall’altra parte. Ogni volta che qualcuno vi offre un compromesso sporco, ricordate il dolore di questa famiglia e dite: io scelgo la vita, scelgo la giustizia, scelgo l’amore”.
Infine, il saluto a Francesca Anastasio: “Donna coraggiosa, madre di dolore, testimone della verità, riposa in pace”.
Parole che si sono intrecciate con la lunga e intensa omelia di monsignor Alberto Torriani, segnata da riflessioni sul dolore, sulla fede e sulla ferita lasciata dalla violenza mafiosa. L’arcivescovo ha parlato della difficoltà persino di pronunciare le parole del Vangelo: “Padre giusto. Oggi facciamo fatica persino a lasciarla uscire dalle labbra questa parola”.
Rivolgendosi idealmente a Giovanni Gabriele, il vescovo ha descritto il peso della perdita dopo anni di commemorazioni e testimonianze pubbliche: “Resta il peso concreto di una casa improvvisamente più vuota. Restano gli oggetti che continuano a parlare. Resta una voce che si cerca quasi d’istinto”.
Monsignor Torriani ha dato voce anche alle domande più dure che il dolore porta con sé: “Signore, da che parte ti eri girato quel maledetto giorno? Dov’eri mentre una famiglia veniva trafitta per sempre dalla violenza degli uomini?”. Domande che, ha spiegato, non negano la fede ma la attraversano: “La fede cristiana non è anestesia del dolore. Non è una formula magica per non soffrire”.
Nel passaggio più toccante dell’omelia, il vescovo ha ricordato le parole che Francesca pronunciò durante l’agonia di Dodò: “Ogni giorno sono stata in ospedale a stringergli la mano. Dicevano che non poteva parlare e muoversi, ma lui reagiva. Mi dava la mano e vedevo scorrere le lacrime. Gliele potevo asciugare”.
Da lì la domanda che ha attraversato la chiesa nel silenzio generale: “Chi asciugherà ora le lacrime di Giovanni?”.
L’arcivescovo ha poi richiamato il significato del coraggio cristiano: “Il vero coraggio non è avere tutte le risposte: il vero coraggio è non lasciare che il male abbia l’ultima parola”.
Un passaggio che si è legato idealmente alle parole di don Luigi Ciotti e alla storia stessa di Francesca Anastasio, diventata negli anni simbolo di una memoria viva contro la ’ndrangheta. “La ’ndrangheta vince davvero quando abitua una terra alla rassegnazione”, ha ammonito il vescovo, ricordando come la testimonianza di Francesca abbia invece continuato a interrogare le coscienze.
Alla fine della celebrazione, tra applausi e commozione, è rimasta l’immagine di una madre che, pur attraversata dal dolore più grande, ha saputo abbracciare migliaia di ragazzi e lasciare un’eredità fatta di responsabilità, legalità e amore per la vita. Un messaggio che continuerà a camminare nelle scuole, nelle associazioni e nelle coscienze di una città intera.
Danilo Ruberto
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