Cip! Il nuovo album di Brunori Sas

Cip! Il nuovo album di Brunori Sas

Il pettirosso annuncia il quinto album del cantante calabrese Brunori Sas, in uscita quest’oggi 10 gennaio, pubblicato per Island Records. Cip! raccoglie undici brani inediti. Dario Brunori, in arte Brunori Sas, sarà in concerto a Cosenza il 5 aprile 2020 a Reggio Calabria, PalaCalafiore

Tracklist |
Il mondo si divide
Capita così
Mio fratello Alessandro
Anche senza di noi
La canzone che hai scritto tu
Al di là dell’amore
Bello appare il mondo
Benedetto sei tu
Per due che come noi
Fuori dal mondo
Quelli che arriveranno

“A casa tutto bene”, è stato un album importante per tanti motivi, umani e professionali, come si dice nei colloqui di lavoro. Non vi nego che il pensiero di doverne replicare i fasti mi ronzava in testa, seppur senza particolari ansie, sin da quando ho iniziato a pensare ad un nuovo disco. Per questo motivo, prima di mettermi a scrivere nuove canzoni (onde non cadere nel tranello di ripetermi), da buon commercialista maniaco dei fogli excel quale io sono, ho stabilito alcune premesse di fondo, che vado ad elencarvi:

– Avrei cercato di scrivere in modo più poetico e meno prosaico, prediligendo argomenti di ordine etico e filosofico. Si tratta di territori ambigui e spinosi, ne sono cosciente, in cui è facile cadere nel pedante, nel moralismo spiccio o peggio nella banalità. Per questo motivo ho cercato di non lanciarmi in voli inadatti alla mia apertura alare, troppo complessi, intellettuali o semplicemente, per la mia indole, noiosi. Per questo li ho affrontati, al limite, solo col guizzo del poeta, non di certo con la preparazione e la cura dell’accademico, dello studioso o dell’erudito.

– Non avrei parlato in modo diretto di stretta attualità o di argomenti sociali, se non collocando le vicende umane all’interno di un contesto più ampio, quasi a volerne ridimensionare l’importanza rispetto all’insieme in cui sono calate. Volevo riconsiderare, in una sorta di Gestalt forma calabra, il rapporto fra ciò che ho sempre considerato centrale (la vita degli uomini) e ciò che ho da sempre considerato periferico (l’universo che ci ospita).

– Avrei cercato di descrivere un sentire più che un pensare. Con particolare attenzione al canto, al suono della voce, al come più che al cosa.

– Avrei cercato di parlare del nostro essere a tempo determinato, della morte come spavento, ma anche come consolazione e addirittura come stimolo alla vitalità.

– Avrei sottolineato l’importanza di osservare l’armonia negli attriti, la necessità, per la vita stessa di una costante lotta fra gli opposti. (Un po’ new age da autogrill, ne convengo, ma sono andato dritto comunque, con una rustichella in mano.)

– Avrei cercato di esprimere la mia naturale e costante tensione verso la spiritualità, cercando di cantare una sorta di religiosità laica. L’etica di chi non crede in Dio, ma si comporta come se ci fosse.

– Avrei vestito le nuove canzoni in modo adatto ai contesti in cui sarei andato ad eseguirle, optando per una forma canzone che prediligesse la cantabilità, il ritmo, gli arrangiamenti sostenuti e ricchi di vitalità (nei limiti della vitalità massima che può esprimere un calabrese ozioso come me, ovviamente). Canzoni corali. Pop.

– Sarei passato dal parlare di paura al parlare d’amore, tenendo fede alla celebre massima di John Lennon (che ho citato così tante volte che ormai dico che è mia): “Ci sono due forze motivanti fondamentali: la paura e l’amore. Quando abbiamo paura, ci tiriamo indietro dalla vita. Quando siamo innamorati, ci apriamo a tutto ciò che ci offre la vita con passione, eccitazione e accettazione”. Canzoni d’amore dunque, nelle sue diverse declinazioni, da quello di coppia, a quello familiare, sino all’amore ideale, forse utopistico, indubbiamente figlio di un cristianesimo bambino a la “Marcellino pane e vino”, che per quanto possa averne preso le distanze, ha formato la mia visione del mondo. Canzoni di buona volontà, di tenerezza, ma anche di difficoltà, di pazienza, di denti stretti per tenere in piedi le cose. Della fatica, in fin dei conti, di essere “buoni” senza sentirsi al contempo dei coglioni.

– Avrei scritto infine, canzoni per il mio “fanciullino”. Forse, oso dirmi, per i figli che non ho. Qualcosa che mi desse un respiro dal mondo adulto, dalle sue complicazioni, i suoi nervosismi, le sue ansie, le sue preoccupazioni, spesso e volentieri inutili. Per questo ho voluto che in copertina ci fosse un pettirosso, realizzato da uno degli artisti italiani che amo di più, Robert Figlia. Un uccelletto realistico, quasi da vecchia enciclopedia, privo di connotazioni sentimentali stucchevoli, intimamente combattivo e fiero. Una creatura semplice che ama intonare i suoi canti solitari sulla neve, rendendo forse un po’ meno gelidi questi nostri lunghi inverni.

Queste erano le premesse. Ora avete il disco in mano, si fa per dire. Sta a voi giudicare se ho tenuto fede al mio decalogo o mi sono perso per strada.
Cip!