Coronavirus, Monsignor Antonio Staglianò: «Qual è il senso del segno di questo tempo? Cosa significa? Cosa accadrà dopo?»

Coronavirus, Monsignor Antonio Staglianò: «Qual è il senso del segno di questo tempo? Cosa significa? Cosa accadrà dopo?»

In merito all’epidemia del Coronavirus, il vescovo di Noto, il crotonese Antonio Staglianò, ha consegnato alla sua comunità diocesana la prima di tre “meditazioni oranti” per riflettere su quanto si chiede a Dio nella preghiera predisposta per questi tempi difficili del Coronavirus: «Questo nostro tempo è un segno da interpretare affinché la nostra conversione resti sempre attuale e non occasionale. Cosa intendo? In verità una cosa molto semplice: è nella nostra natura, in quanto uomini e donne, porre domande davanti agli eventi (perché? cosa significa? cosa accadrà dopo?), e a partire dalle risposte a queste domande avanzare nella conoscenza. Lo stesso principio è applicabile alla nostra umanità: davanti ai “segni del tempo” è necessario interrogarsi, per crescere. È necessario riflettere, meditare, eventualmente contemplare il mistero che passa e bussa e chiede attenzione. 

Ora – nell’evidente riscoperta della nostra vulnerabilità- diventa indispensabile porre la domanda: “Qual è il senso del segno di questo nostro tempo”? La condotta irriverente e consumistica degli ultimi decenni ha contribuito a dar vita alle attuali condizioni di emergenza e ansia. Infatti, l’uso della scienza emancipata dall’etica ci ha condotti a scoperte tanto innovative quanto pericolose, aprendo scenari mondiali sempre più confusi e incerti. La genesiaca suggestione di potersi immaginare come creature slegate dal Creatore, ci ha riservato ogni sorta di crisi, dapprima solo religiosa ma poi anche culturale, educativa, economica, migratoria, climatica e oggi perfino epidemiologica. I nostri rifugi social-virtuali hanno atrofizzato la nostra empatia e la nostra compassione, infettandoci di odio, rancore e rabbia verso chiunque sia altro da noi (per opinione, religione, razza, status sociale, etc.) nella sempre più cieca difesa del proprio egoismo. L’isolamento, a cui molti nostri fratelli sono costretti dalla quarantena, fino a poco tempo fa sembrava la condizione ideale per chiunque volesse vivere in pace, distante da ogni problema e preoccupazione (cito l’estremo caso degli Hikikomori, ma penso anche ad altre situazioni ugualmente anestetizzanti).

Il senso del nostro tempo che ferisce si rivela a noi proprio in questi eventi: avviare una seria conversione delle nostre abitudini, un cambiamento radicale del nostro stile di vita, tornando a ripensarci come figli di Dio e non Suoi eredi (cioè orfani di padre), di riscommetterci in relazioni più solidali, fraterne, attente, rispettose e degne della nostra umanità».