Crotone, il "dissenso" non è un reato
Dalla piazza dell’istituto Gravina alla risposta del sindaco: quando la richiesta di trasparenza ambientale viene trattata come insubordinazione, è la qualità democratica della città a essere messa in discussione.
Riceviamo e pubblichiamo - Crotone - La verità non si doma con la prepotenza, né il dubbio si spegne con la derisione. Ieri mattina piazza della Resistenza a Crotone ha visto un coro di voci - di genitori, di studenti, di cittadine e cittadini - chiedere risposte chiare e trasparenti sulla possibile presenza di amianto nei pressi dell’istituto Gravina, una preoccupazione nata non dalle suggestioni ma da fatti reali: capannoni in stato di degrado a poche centinaia di metri dalla scuola e la necessità di conoscere le misurazioni ambientali ufficiali.
Non era una piazza ideologica. Era una piazza che chiedeva tutela. Era, per usare una parola cara a Primo Levi, il tentativo di capire prima ancora che di accusare. E capire, quando si parla di salute pubblica e di rischio ambientale, non è un atto sovversivo: è un diritto.
Questa istanza collettiva, espressa da ragazzi con documenti firmati da dirigenti scolastici e docenti, meritava rispetto istituzionale. Invece, ciò che ha accompagnato l’intervento del primo cittadino è sembrato il contrario: non un confronto sereno, ma un atteggiamento brusco, quasi sprezzante. Un’interruzione alla voce di una studentessa, accompagnata da un rimprovero sul fatto che non fosse “laureata in chimica”, non solo banalizza il contributo civico dei giovani, ma tradisce una chiave di lettura paternalistica - quando non apertamente aggressiva - del dissenso.
Viene in mente il pensiero di Antonio Gramsci sull’importanza di una società che pensa e partecipa, di una coscienza critica diffusa che non si esaurisce nei titoli accademici ma si costruisce nella vita collettiva. La giovane studentessa non stava rivendicando una cattedra: stava esercitando cittadinanza attiva. E la democrazia, se è tale, non richiede un titolo universitario per poter parlare di ciò che riguarda la propria salute.
L’episodio non è isolato. È parte di un clima politico-amministrativo che negli anni ha mostrato una difficoltà strutturale nella gestione del conflitto e del dissenso. Non è la prima volta che il confronto si trasforma in tensione, che la critica venga letta come attacco personale, che il tono superi la soglia della compostezza istituzionale. È un tratto che si ripete: spegnere, delegittimare, alzare la voce.
Nel frattempo, Crotone continua a fare i conti con problemi strutturali che attendono risposte: le criticità ambientali mai definitivamente risolte, le fragilità sociali, le emergenze infrastrutturali, le tensioni politiche interne che hanno già prodotto fratture evidenti. In una città che chiede programmazione, visione e responsabilità, concentrare l’energia pubblica nel ridimensionare una studentessa appare non solo sproporzionato, ma profondamente rivelatore.
Leonardo Sciascia ha più volte riflettuto sul rapporto tra potere e verità, mettendo in guardia contro la tentazione delle istituzioni di proteggere sé stesse prima di fare piena luce sui fatti. Ma un’amministrazione matura dovrebbe fare l’opposto: proteggere la comunità prima della propria immagine. E Enrico Berlinguer, parlando di “questione morale”, ricordava che il modo in cui si esercita il potere è parte integrante della qualità democratica di una città.
Quando le istituzioni scivolano dalla logica del servizio pubblico a quella del monopolio della verità, rischiano di perdere il terreno sotto i piedi. La politica, nei suoi momenti migliori, è dialogo - non monologo imposto. È ascolto - non controllo del dissenso. È responsabilità - non reazione stizzita.
Crotone non può permettersi di minimizzare le paure di chi vive e studia qui. Il sindaco e la sua amministrazione hanno il dovere di affrontare con rigore scientifico e apertura civile le questioni ambientali, senza sminuire il valore delle domande che arrivano dai banchi di scuola. Perché chi governa non è proprietario della verità: ne è custode temporaneo.
E se oggi una ragazza di quarto superiore viene interrotta perché “non laureata”, domani chi sarà ritenuto non abbastanza titolato per parlare? I genitori? I comitati? I cittadini?
Qui il punto non è solo l’episodio. Il punto è il metodo.
Un metodo che confonde l’autorità con l’autoritarismo.
Che interpreta la critica come insubordinazione.
Che reagisce al dissenso con l’aggressività verbale invece che con la trasparenza.
In una città che porta ancora le cicatrici di emergenze ambientali irrisolte, la priorità dovrebbe essere rassicurare con dati, spiegare con chiarezza, coinvolgere con rispetto. Non alzare la voce. Non delegittimare. Non intimidire.
Perché la democrazia non si misura dalla forza con cui si impone, ma dalla capacità di sostenere le domande.
E quando un’amministrazione sceglie di spegnere le voci dei giovani invece di ascoltarle, non sta mostrando fermezza: sta mostrando debolezza.
Crotone merita istituzioni che sappiano confrontarsi senza paura.
Perché una città che mette a tacere i suoi studenti non perde soltanto un dibattito pubblico.
Perde la propria credibilità democratica.
Alessandra Pugliese
Assemblea nazionale Giovani Democratici
Assemblea regionale PD Calabria
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