Crotone - La protesta degli agricoltori e quel difficile equilibrio tra diritti

Continua il blocco sulla S.s. 106. Protestare è un diritto, ma lo è anche poter circolare, lavorare e raggiungere la propria casa

A cura di Redazione
29 settembre 2026 11:00
Crotone - La protesta degli agricoltori e quel difficile equilibrio tra diritti - Foto: Redazione
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Crotone – Una protesta può essere forte, visibile, determinata. Può e deve riuscire a richiamare l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica. Ma può farlo senza necessariamente trasformare altri cittadini, estranei alle ragioni del conflitto, in coloro che ne pagano le conseguenze.

È questa la riflessione che nasce dalla mobilitazione partita ieri anche a Crotone e che ha visto agricoltori, lavoratori e cittadini ritrovarsi sulla Statale 106, nella zona di Passovecchio.

Una protesta che non nasce dal nulla.

Dietro quei trattori ci sono aziende agricole che denunciano da tempo difficoltà economiche sempre maggiori. C’è il caro carburante, certamente, ma ci sono anche l’aumento dei costi di produzione, la difficoltà di ottenere una remunerazione adeguata per il proprio lavoro, la concorrenza delle importazioni, la distanza tra quanto viene riconosciuto a chi produce e il prezzo che poi il consumatore trova sugli scaffali.

Sono questioni reali, sulle quali le istituzioni hanno il dovere di confrontarsi.

E qualcosa, già nella giornata di ieri, si è mosso: una delegazione degli agricoltori è stata ricevuta in Prefettura per rappresentare le problematiche del comparto e portare le proprie richieste all’attenzione delle istituzioni.

Questo è esattamente ciò che una protesta dovrebbe riuscire a fare: accendere i riflettori su un problema, costringere chi governa ad ascoltare, aprire un confronto.

Ma la prima giornata della mobilitazione ha mostrato anche l’altra faccia della protesta.

Il blocco della Statale 106 in uno degli snodi fondamentali della viabilità crotonese ha determinato pesanti conseguenze sulla circolazione. Automobilisti, pendolari e lavoratori hanno incontrato enormi difficoltà negli spostamenti. Persino alcuni scuolabus sono stati costretti a tornare indietro, impedendo ai bambini provenienti dalle zone interessate di raggiungere regolarmente le scuole.

Ed è proprio da qui che deve partire una riflessione che va oltre la singola manifestazione.

Fino a dove può spingersi una protesta per essere ascoltata?

La Costituzione italiana riconosce il diritto di sciopero all’articolo 40. Allo stesso tempo, l’articolo 16 tutela la libertà di circolazione.

Diritti diversi, entrambi importanti, che in una società democratica devono riuscire a convivere.

Perché chi manifesta ha certamente diritto a far sentire la propria voce. Ma chi quella mattina deve andare al lavoro ha altrettanto diritto a raggiungere il proprio posto. Chi deve tornare nella propria abitazione deve poterlo fare. Un genitore deve poter accompagnare il proprio figlio a scuola. Un cittadino deve poter raggiungere un’attività commerciale e un commerciante deve poter ricevere i propri clienti.

Ieri questo equilibrio è stato messo seriamente alla prova.

Oggi, invece, secondo quanto comunicato, la protesta prosegue consentendo il passaggio dei veicoli. Ed è una differenza importante.

Non significa rendere più debole la protesta. Al contrario, può significare renderla più comprensibile e più capace di ottenere la solidarietà di quella stessa popolazione alla quale gli agricoltori chiedono sostegno.

Perché una manifestazione non deve necessariamente paralizzare una città per essere efficace.

I trattori sulla strada, il presidio, le persone riunite, la presenza delle famiglie, l’attenzione dei mezzi di informazione e soprattutto il confronto aperto con la Prefettura hanno già raggiunto un primo risultato fondamentale: il problema è diventato pubblico e le richieste degli agricoltori sono arrivate sul tavolo delle istituzioni.

È questo il senso più profondo del diritto di manifestare.

La protesta deve disturbare le coscienze, attirare l’attenzione, porre domande alle istituzioni. Ma dovrebbe evitare, per quanto possibile, di colpire chi non ha alcuna responsabilità rispetto ai problemi che l’hanno generata.

Perché il lavoratore rimasto fermo in macchina non decide il prezzo del gasolio. Il commerciante che perde clienti non stabilisce le politiche agricole. Il bambino che non riesce ad arrivare a scuola non può dare risposte alle richieste degli agricoltori.

E soprattutto c’è un rischio che ogni protesta dovrebbe evitare: trasformare un cittadino potenzialmente solidale con una battaglia in un cittadino esasperato dalle modalità con cui quella battaglia viene portata avanti.

Le ragioni dell’agricoltura meritano ascolto. Chi lavora la terra e denuncia di non riuscire più a sostenere determinati costi deve ricevere risposte concrete. E se per troppo tempo quelle risposte non sono arrivate, è comprensibile che la protesta diventi più forte.

Ma proprio perché quelle ragioni sono importanti, è fondamentale scegliere modalità capaci di ottenere consenso e non di allontanarlo.

Quanto sta accadendo oggi, con la prosecuzione della mobilitazione ma con il passaggio dei veicoli consentito, può rappresentare proprio questo punto di equilibrio.

Manifestare sì. Farsi ascoltare, certamente. Ma senza dimenticare che accanto al nostro diritto esiste sempre il diritto di qualcun altro.

È forse questa la riflessione più importante che lascia la protesta iniziata ieri sulla Statale 106.

Gli agricoltori hanno diritto a chiedere risposte. I cittadini hanno diritto a continuare a lavorare, studiare, muoversi e vivere la propria quotidianità. Una società democratica non dovrebbe essere costretta a scegliere quale dei due diritti tutelare. Dovrebbe essere capace di garantirli entrambi.

Patrizia Manfredi

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