Crotone - San Dionigi, l’arcivescovo parla alla città: «Non possiamo lasciare indietro nessuno»
Nell’omelia per il patrono di Crotone, monsignor Alberto Torriani richiama lavoro, giovani, povertà e responsabilità delle istituzioni. Un appello a costruire una comunità capace di rialzare chi è in difficoltà
Una città che non si abitui alle disuguaglianze, che non consideri normale la partenza dei giovani e che sappia riconoscere la dignità di ogni persona. È il messaggio rivolto da monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone-Santa Severina, alla comunità crotonese in occasione della solennità di San Dionigi l’Areopagita, patrono della città (QUI il nostro servizio).
Nell’omelia pronunciata questa mattina presso la chiesa dell’Immacolata, l’arcivescovo ha preso le mosse dalle parole del Salmo 145 letto nella cerimonia eucaristica del giorno: «Il Signore è fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati». Versetti che diventano una chiave per leggere la realtà di Crotone: il Vescovo, dunque, si è interrogato e ha interrogato sulle condizioni di chi vive situazioni di fragilità.
Torriani ha parlato di una città che deve saper guardare alle proprie ferite senza nasconderle, evitando che le difficoltà diventino qualcosa a cui rassegnarsi. «La visione, invece, non ci porta fuori dalla realtà: ci permette di guardarla più in profondità», ha detto, distinguendo la speranza concreta da un’utopia lontana dalla vita quotidiana.
Il lavoro, i giovani e il futuro di Crotone
Uno dei passaggi dell’omelia ha riguardato il lavoro e la precarietà. Il presule ha rivolto il pensiero a chi non riesce a trovare un’occupazione stabile, a chi lavora senza adeguate garanzie e ai giovani che, dopo anni di studio e sacrifici, sono costretti a valutare la possibilità di lasciare il territorio.
Una questione che riguarda direttamente il futuro della città: senza opportunità concrete, competenze e prospettive, il rischio è che le nuove generazioni non possano scegliere liberamente dove costruire la propria vita.
Il richiamo alla dignità del lavoro si è intrecciato con quello alle famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese. Per il vescovo, il pane evocato dal Salmo non è soltanto quello necessario per vivere, ma comprende anche la possibilità di avere una vita dignitosa, relazioni autentiche, opportunità educative, cultura e fiducia nel futuro.
«Una città non si misura soltanto da quanto riesce a produrre»
Nel suo intervento, Torriani ha invitato a guardare anche alle persone che rischiano di rimanere ai margini: gli anziani soli, le periferie dimenticate, chi è intrappolato nelle dipendenze e chi ha perso la fiducia nella possibilità di cambiare la propria condizione.
«Una città non si misura soltanto da quanto riesce a produrre o da quanto riesce a crescere, ma anche da quante persone riesce a non lasciare a terra», ha affermato.
Un passaggio che chiama in causa l’intera comunità, non soltanto le istituzioni. La solidarietà, secondo l’arcivescovo, non può limitarsi a un aiuto occasionale, ma deve puntare a restituire alle persone la possibilità di rialzarsi e di tornare protagoniste della propria vita.
La Chiesa, ha precisato, non pretende di sostituirsi a chi ha responsabilità politiche, amministrative, economiche e sociali, né possiede soluzioni tecniche per ogni problema. Ha però il dovere di custodire una visione dell’uomo nella quale nessuno venga considerato uno scarto.
L’appello alle istituzioni e alla comunità
L’omelia ha rivolto uno sguardo anche al ruolo delle istituzioni e alla necessità di collaborare per il bene comune. La città, ha ricordato Torriani, non può essere considerata «un ammasso di interessi», ma deve fondarsi su un patto di reciprocità.
Questo significa riconoscere il lavoro come espressione della dignità della persona, sostenere le famiglie, non lasciare sole le scuole nel compito educativo e fare della legalità una condizione per costruire il bene comune.
Un messaggio che riguarda anche il mondo agricolo, presente nelle celebrazioni della mattinata con i trattori e la tradizionale benedizione del grano. Le difficoltà degli agricoltori, il peso dei costi e l’incertezza sul futuro delle aziende richiamano infatti il valore del lavoro e la necessità che chi opera sul territorio possa contare su condizioni sostenibili.
San Dionigi, una fede che non si separa dalla vita
Richiamando la figura di San Dionigi l’Areopagita, l’arcivescovo ha ricordato il coraggio di un uomo capace di lasciarsi raggiungere da una parola nuova. La fede, ha spiegato, non deve allontanare dalla storia, ma aiutare ad abitarla con uno sguardo diverso.
Da qui l’invito a non rinchiudere la fede nelle sacrestie e a non ridurla a una generica filantropia, mantenendo al centro Gesù Cristo e il suo modo di avvicinarsi agli esclusi, di restituire dignità e di rialzare chi è caduto.
Nella parte conclusiva, Torriani ha consegnato alla città una domanda: «La città che stiamo costruendo assomiglia almeno un poco alla visione che abbiamo appena cantato?».
Non una città perfetta, ha precisato, ma una comunità nella quale chi subisce un’ingiustizia possa trovare ascolto, chi ha fame non incontri indifferenza e chi attraversa un momento difficile non venga definito per sempre dalla propria caduta.
L’omelia si è chiusa con un richiamo alla responsabilita': «Oggi abbiamo cantato ciò che Dio fa per gli uomini. Da domani proviamo a rendere riconoscibile qualcosa di quel modo di amare».
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