Da Crotone a Camden, Joshua conquista Londra: “Risposta incredibile”

Il cantautore rock-folk crotonese, nato in Inghilterra, racconta l’esperienza live a Camden: pubblico caldo, energia pura e nuove prospettive internazionali

A cura di Redazione
19 marzo 2026 13:30
Da Crotone a Camden, Joshua conquista Londra: “Risposta incredibile” - Foto; Joshua and Band
Foto; Joshua and Band
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Da Crotone a Londra, passando per Camden, dove la musica si mette alla prova senza compromessi. È qui che il cantautore rock-folk Joshua, cantautore di origine inglese, ha portato il suo progetto musicale, fatto di scrittura diretta, in madrelingua, e sonorità tra rock e folk, conquistando un pubblico vasto. Camden, insomma, è un quartiere di Londra, forse il più ribelle, creativo e “fuori dagli schemi”. E ciò è una misura creativa.

“Ho portato la mia musica a Londra con lo spirito giusto - ci ha raccontato Joshua - diretto, senza filtri e con quella fame che ti spinge a salire su un palco anche dall’altra parte d’Europa. Al Bucks Head di Camden ho trovato esattamente quello che cercavo: un pubblico vivo, caldo, partecipe”.

Un debutto tutt’altro che scontato, soprattutto per un progetto cantato in inglese ma nato e cresciuto in Italia. “Non era scontato, soprattutto per un progetto cantato in inglese e portato per la prima volta in un contesto del genere. La risposta è stata incredibile! Gente che cantava, saltava e a fine live erano curiosi di capire come quattro italiani in un pub fossero così a loro agio. Da questo mi rendo conto che la direzione che abbiamo preso... è quella giusta!”.

Sul palco insieme a lui una band compatta e affiatata: Antonio Lia alla chitarra, Eliseo Chiarelli alla batteria e Davide Madia al basso. “Con me sul palco amici fraterni oltre che mia band. Non si sono limitati a suonare i miei brani ma li hanno spinti più in là, rendendoli più ruvidi, più sinceri, più vivi”.

Un sound deciso, entrato in sintonia con la scena londinese: “Abbiamo portato il nostro suono dentro Camden senza ammorbidirci ed è proprio questo che ha funzionato”.

L’esperienza inglese, però, non si è fermata al palco principale. “Londra però non è stata solo palco. È stata occasioni improvvise prese al volo. Come quando, andando verso il locale, ci siamo imbattuti in un piccolo pub-teatro con un open mic. Nessun piano, solo voglia di suonare: ci siamo presentati e due di noi hanno portato i propri progetti a una scena underground vera, senza filtri. È anche questo il punk: esserci quando capita, senza chiedere il permesso”.

Un viaggio che lascia il segno e apre nuove prospettive. “Torniamo da questo viaggio con la conferma che il progetto è solido, con un pubblico che può crescere anche fuori. Ma soprattutto, torniamo con nuove idee, nuova energia e la voglia di spaccare ancora! Magari più forti, più rumorosi e con ancora più storie da raccontare”.

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