Denise Cosco, a Crotone la Messa del ricordo. Don Ciotti: «Curare anche le anime, non solo i corpi»

Alla Chiesa dell’Immacolata la celebrazione presieduta dall’arcivescovo Alberto Torriani. Don Luigi Ciotti richiama l’attenzione sulla solitudine dei testimoni di giustizia

A cura di Redazione
21 settembre 2026 14:15
Denise Cosco, a Crotone la Messa del ricordo. Don Ciotti: «Curare anche le anime, non solo i corpi» - Foto: Redazione
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Una Chiesa dell’Immacolata raccolta nel silenzio e nella preghiera per Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, nel giorno della celebrazione eucaristica in suo suffragio. La Santa Messa, questa mattina a Crotone, è stata presieduta dall’arcivescovo di Crotone-Santa Severina, monsignor Alberto Torriani, che nei giorni scorsi aveva invitato la comunità a ritrovarsi attorno al dolore e alla memoria di Denise.

Una celebrazione alla quale hanno preso parte numerose autorità civili e militari. Presenti la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo, il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro, il presidente della Provincia di Crotone Antonio Ammirati, il prefetto di Crotone Franca Ferraro, il sindaco di Crotone Vincenzo Voce, i primi cittadini del comprensorio crotonese e rappresentanti delle istituzioni.

Al centro della celebrazione non soltanto il ricordo di una giovane donna, ma una riflessione più ampia sulla condizione di chi, dopo aver scelto la strada della giustizia, è costretto a vivere per anni tra protezione, solitudine, rinunce e profonde ferite interiori.

A dare voce a questa riflessione è stato don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, che ha richiamato la necessità di non fermarsi alla protezione materiale delle persone, ma di prendersi cura anche della loro dimensione umana e spirituale.

«Non possiamo limitarci a pensare: “Povera ragazza, non poteva che finire così”. Io mi ribello a questo pensiero», ha detto don Ciotti, sottolineando la necessità di interrogarsi su ciò che può essere migliorato nell'accompagnamento delle vittime e dei testimoni di giustizia.

La domanda, nelle sue parole, diventa allora collettiva: «In che cosa abbiamo mancato? Che cosa manca al nostro modo di accompagnare le vittime, i testimoni, le persone che portano un peso che noi non vediamo? Quale sensibilità, quali strumenti in più possiamo e dobbiamo sviluppare?»

Una riflessione che tocca direttamente il tema della solitudine. Per don Ciotti, senza la costruzione paziente di una comunità capace di circondare di affetto la persona ferita, anche la protezione rischia di trasformarsi in una sorta di «prigione a cielo aperto».

«Non possiamo chiedere ai testimoni di giustizia di sacrificare la propria vita per il bene comune, e poi lasciarli soli a fare i conti con i propri fantasmi», ha affermato.

Nel suo intervento, don Ciotti ha ricordato anche come la violenza mafiosa possa andare oltre il momento dell'omicidio e continuare ad agire nel tempo, colpendo le relazioni, i ricordi, le identità e la possibilità stessa di sentirsi liberi.

Una riflessione che si lega alla storia di Lea Garofalo e di Denise, entrambe segnate dalla violenza criminale e dalla scelta di rompere con quel mondo. Denise, ha ricordato don Ciotti, aveva dovuto vivere per anni lontana dalla propria terra, dalle amicizie e da una parte della propria identità.

«La protezione, quando è sentita come una gabbia, soffoca», ha detto, aggiungendo che attorno alle persone che scelgono la giustizia deve esserci una rete capace di custodire non soltanto il corpo, ma anche la fragilità e le ferite dell'anima.

E proprio questo è stato uno dei passaggi più forti del suo intervento: «Lo Stato si è fatto vicino, ha messo persone di valore al suo fianco. Denise non è stata abbandonata. Eppure a un certo punto si deve essere sentita comunque incredibilmente sola».

Da qui l'appello a una responsabilità collettiva. «Non prenderci cura soltanto dei corpi, ma anche delle loro anime», è il senso delle parole pronunciate da don Ciotti, perché chi entra in un percorso di protezione porta con sé paure, traumi, nostalgia, legami spezzati e il peso di una vita profondamente segnata.

Il sacerdote ha quindi rivolto un pensiero diretto a Denise: «Riposa in pace. Sei tornata fra le braccia del Padre, un Padre diverso, capace solo di amore. Ma soprattutto sei tornata fra le braccia della Madre, la tua cara mamma Lea. Un abbraccio questa volta senza fine».

La celebrazione dell'Immacolata ha così assunto il significato di un momento di memoria, ma anche di interrogazione per le istituzioni e per la società. Perché la vicenda di Denise, nelle parole di don Ciotti, non può essere archiviata come una storia individuale: deve spingere a interrogarsi su come accompagnare chi sceglie di rompere con la criminalità e sulla necessità di non lasciare sole le persone una volta garantita la loro sicurezza.

Anche l'arcivescovo Alberto Torriani, nel messaggio con cui aveva convocato la comunità alla celebrazione, aveva indicato nella presenza, nella preghiera e nella prossimità il compito della Chiesa davanti a una vicenda capace di ferire un'intera comunità.

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