GRA83, il cortometraggio di Antonio Fumarola: “Fermarsi per ascoltarsi”

Dalla quarantena a Crotone nasce un’opera intima in cui l’artista rilegge se stesso, tra lettere, cubi di Rubik e riflessioni sul senso della libertà e delle maschere che indossiamo

A cura di Redazione
25 gennaio 2026 12:00
GRA83, il cortometraggio di Antonio Fumarola: “Fermarsi per ascoltarsi” -
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Nasce da un tempo sospeso, da quel silenzio forzato che il Covid ha imposto a tutti, GRA83, il cortometraggio di Antonio Fumarola, crotonese d'adozione che abbiamo ascoltato dopo l'annuncio della sua opera. Non è solo un lavoro cinematografico ma un viaggio intimo, un atto di ascolto che prende forma lontano dai riflettori e dalle definizioni, come ci ha detto lui stesso nell'intervista.

Antonio Fumarola è nato il 26 settembre 1998, a Porto Cannone, in Molise, ed è conosciuto come attore e regista. Fino ai 18 anni cresce nella sua terra d’origine, dove muove i primi passi come illusionista fin da bambino, per poi ampliare progressivamente il proprio percorso artistico, spaziando tra discipline diverse, dalle ombre cinesi al teatro, fino al cinema. E' giunto a Crotone nel 2016 grazie al Paranormal Circus dove lavorava, decidendo poi di stabilirsi qui.

È proprio durante la quarantena vissuta a Crotone, nel 2020, che l’artista trova il suo punto fermo, il luogo e il tempo in cui fermarsi davvero. “Fare arte ti rende libero, però l’arte è realmente libera nel momento in cui sei libero di scegliere quando farlo e quando non farlo”, dice Fumarola, sintetizzando il senso di una ricerca nata dal bisogno di rallentare.

GRA83 prende forma da una lettera scritta di getto, su un pullman, tornando in Molise. Un gesto inconsueto per chi, come lui, non è abituato a tenere diari o appuntare pensieri. “Quel giorno è stato come scoppiare una bolla, è arrivata una consapevolezza improvvisa”. Da quelle parole nasce il cortometraggio: una rilettura intima di se stesso, un audio vocale che accompagna immagini di vita quotidiana. “Io praticamente rileggo semplicemente la lettera che ho scritto quel giorno, e la rileggo tutte le volte in cui mi chiedo se sto sbagliando strada”.

Al centro dell’opera non c’è la città raccontata in modo didascalico, ma il suo effetto sull’animo. Crotone non viene nominata, non ci sono cartoline o scorci simbolici, eppure è presente come spazio di quiete e ascolto. “Viene mostrata per la tranquillità che mi dona, per il punto fermo che mi ha dato”, spiega l’autore. È un racconto che procede per sottrazione, lasciando spazio al silenzio e alla lentezza, elementi sempre più rari in un’epoca di sovraesposizione visiva.

Il filo conduttore di GRA83 è la ricerca dell’identità. Un tema che Fumarola lega idealmente a Pirandello. “A un certo punto crediamo di essere noi stessi, poi iniziamo a metterci delle maschere”. Prestigiatore, comico, clown, antagonista nel Paranormal Circus: ruoli diversi, esperienze autentiche, ma che finiscono per alimentare una domanda continua. “Chi sono realmente? Sono quello che gli altri vorrebbero che fossi o sono io?”. La risposta arriva con una presa di distanza dalle etichette. “Non c’è bisogno per forza di definizione. Posso dire sono un operaio, sono un prestigiatore, ma nessuna di queste parole definisce ciò che sono realmente. Io sono semplicemente Antonio Fumarola.”

Nel cortometraggio compare un oggetto che ha catturato la nostra attenzione: il cubo di Rubik, presente fin dall’infanzia dell’autore. “È un oggetto che mi accompagna da quando ero piccolo”, racconta. Nel film diventa metafora dei tasselli della vita, spesso lasciati in disordine per mancanza di tempo o coraggio. La colonna sonora di Lydia, artista crotonese, accompagna proprio questo processo. “All’inizio stoppo la canzone perché non ho tempo. Alla fine scelgo di seguirla e risolvo il cubo”, fino a una consapevolezza finale. “Posso avere tante facce, ma il cubo sono io.”

GRA83 non è un punto di arrivo, ma una condivisione. “È il viaggio, è il mio stato d’animo, è quello che è stato prima e quello che c’è adesso”, spiega Fumarola. Un invito implicito a fermarsi, ad ascoltarsi, a non aver paura del silenzio. “Non vincerà chi produce più video, ma chi riuscirà a creare spazi di quiete dentro il rumore”. E alla città che lo ha accolto, l’ultimo pensiero è semplice e diretto. “È stato un amore reciproco. A Crotone dico grazie, principalmente grazie.”

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