Il crotonese Fabio Carbone riceve a Londra il Peace Award 2026
Un percorso nato a Crotone e sviluppato nel mondo, tra ricerca, memoria, educazione alla pace e sostegno alle vittime dei conflitti
Londra - Il crotonese Fabio Carbone, accademico, ricercatore e impegnato da anni nel campo dell’educazione alla pace e dell’azione umanitaria, ha ricevuto a Londra l’Humanitarian and Peace Award 2026. Un riconoscimento internazionale che arriva dopo anni di lavoro e di impegno in diversi contesti di crisi, dall’Afghanistan all’Iran fino alla drammatica situazione di Gaza. Un premio nel quale, spiega Carbone, sono state riconosciute le due anime del suo percorso: «Quella accademica, legata alla ricerca e all’educazione alla pace, e quella più operativa nell’Education in Emergencies, maturata anche attraverso esperienze in contesti difficili». Tra queste sicuramente quella legata alla creazione di ACADEMICS4GAZA con cui ha contribuito a costruire una rete internazionale per sostenere concretamente gli studenti colpiti dalla guerra, cercando di mantenere aperta, anche nel pieno del conflitto, una possibilità di futuro attraverso l’educazione.
Poi c’è The Diary from Gaza, forse il progetto al quale Carbone dice di essere più legato. Un diario scritto insieme ad Amira, giovane studentessa di Gaza, per raccontare da dentro la guerra emozioni, paure, orrori e speranze. Già nel 2025, CrotoneOk aveva voluto riconoscere e raccontare questo impegno, scegliendo Fabio Carbone tra i 48 Personaggi OK del 2025 della rivista Un anno di CrotoneOK. Una scelta nata dalla volontà di dare spazio e valore a un percorso umano e professionale che, partendo da Crotone ha raggiunto il mondo.
La memoria del passato e l’indifferenza del presente
Ma il senso più profondo del riconoscimento ricevuto a Londra, per Carbone, non sta nella soddisfazione personale. Sta nella possibilità di riportare l’attenzione su quelle tragedie che rischiano di diventare parte del rumore di fondo delle nostre giornate. «La cosa che mi fa davvero piacere è che il riconoscimento contribuisca a far parlare ancora di questa ed altre ingiustizie, verso le quali troppo spesso voltiamo le spalle, facciamo finta di non vedere». È una riflessione che si fa ancora più severa quando parla del modo in cui la sofferenza viene raccontata e consumata sui social. «Facciamo molto poco al di là degli slogan “trendy” nei social, che a mio avviso trasformano la sofferenza di milioni e magari la morte di bambini in qualcosa di odioso e futile, se poi non ci si impegna davvero». Perché, indignarsi, per Carbone, non basta. E nemmeno dichiararsi dalla parte giusta della storia. Il confine tra l’indifferenza e la responsabilità può diventare drammaticamente sottile: «Come ho detto nel mio discorso alla premiazione, questa diventa complicità».
Una parola che Carbone lega direttamente alla memoria del passato. Proprio in questi mesi sta conducendo uno studio sul turismo di guerra e sulla funzione educativa della memoria e, recentemente, è stato in Germania per osservare i luoghi legati al Nazismo. Molti di questi luoghi, racconta, sono oggi nascosti, abbandonati, quasi rimossi dal paesaggio. Ma negli archivi tedeschi ha trovato fotografie degli anni Trenta e Quaranta che mostrano una realtà sconvolgente: «Era normale fare un picnic in famiglia all’ombra delle mura di un lager nazista! Abbiamo normalizzato non solo la guerra ma anche le atrocità e le ingiustizie, altro che diritti umani!».
Ed è forse questo uno dei passaggi più forti della riflessione di Carbone: la guerra non è necessariamente qualcosa che arriva improvvisamente da lontano. Può entrare nelle nostre vite attraverso l’indifferenza, la rassegnazione, l’abitudine a vedere immagini terribili senza sentirsi più chiamati in causa: «Non ci rendiamo conto che la guerra e la violenza sono già nelle nostre case. E non perché qualcuno abbia sfondato la porta: gliela abbiamo aperta noi gentilmente!».
Continuare, nonostante tutto: «L’impegno è destinato a proseguire»
Parole dure, che spiegano anche il senso di un impegno che Carbone non sembra intenzionato ad abbandonare, quello di continuare a parlare di pace, promuovere il dialogo, lavorare sull’educazione e cercare di trasformare la memoria in uno strumento per evitare che gli errori della storia tornino a ripetersi. Anche se, oggi, ammette di fare fatica a essere ottimista: «Non sono un pacifista, non vivo di sogni e utopie ma mi preoccupa l' apatia e superficialità tra la gente comune». Perché, secondo Carbone, non abbiamo imparato abbastanza dalla storia «e quella stessa storia - dice - si ripeterà, anzi, si sta già ripetendo».
Il premio di Londra, allora, non è un punto d’arrivo. È semmai una nuova occasione per continuare a parlare di ciò che accade, per dare voce a chi spesso non ne ha e per ricordare che dietro ogni conflitto ci sono persone, famiglie, bambini, studenti e vite che chiedono di poter tornare a immaginare un futuro.
Le dedica alla famiglia e il riconoscimento nella sua terra
Il riconoscimento ricevuto a Londra ha per Carbone anche un significato profondamente personale. Ha infatti scelto di dedicare il premio ai suoi figli, Alvin Roma e Giulia, per il sacrificio che anche loro affrontano quando il padre è lontano, impegnato ad occuparsi di altri bambini, «non troppo lontani e sicuramente meno fortunati». Una dedica speciale anche alla moglie Manar, siriana, che conosce direttamente «le atrocità e l’assurdità della guerra».
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