Kroton illuminata dalla maestosità degli opliti a guardia di Capo Colonna

Kroton illuminata dalla maestosità degli opliti a guardia di Capo Colonna

Crotone – Con immagini maestose, torna a splendere in una domenica calda di metà giugno il Parco Archeologico di Capo Colonna, immerso nel silenzio della natura nel promontorio, un tempo sacro agli Dèi dell’Olimpo. E per accogliere le persone accorse nella giornata dei Musei, la fanteria dell’Antica Magna Grecia ha fatto da guida ai tanti presenti, con i loro elmi, scudi, lance, e tanto fascino.

Cinque turni, dall’ingresso dell’ampio parcheggio del promontorio Lacinio fino alla colonna, accompagnati dalla guida che ha declinato la storia del luogo affascinante dove è rimasta l’unica testimonianza di quella religiosità legata alla dea Hera Lacinia. Nel percorso gli opliti, impersonificati dalla Scuola Guardia Krotoniate, uno su un maestoso  cavallo con la crine nera e gli occhi grandi, gli altri soldati della Magna Grecia invece sul tragitto, pronti ad accogliere le persone che hanno vissuto un fine settimana immersi nell’archeologia. Poi, a guardia della colonna, l’unica rimasta del tempio sacro, i tre soldati con scudi, elmi e lance, che hanno incuriosito i passanti, con la speranza che questi eventi possano replicarsi.

«Nel momento in cui riusciamo a valorizzare la nostra storia è un’emozione indescrivibile – ci ha detto Antonio Parrotta della Scuola Guardia Krotoniate vedere un centinaio di persone, entusiaste, con tante foto, per noi è un vanto. Lo facciamo in modo gratuito e molto sereno, abbiamo sempre più voglia di farlo». Gli opliti erano gli antichi guerrieri krotoniati, la fanteria più forte nel mondo greco. Nella quarantena il lavoro delle sarte, e tagli e cucito in casa. per realizzare i vestiti degli opliti, sotto consiglio, ha aggiunto Parrotta, degli amici greci.

Al termine della visita, il giardino del Museo ha ospitato gli scrittori crotonesi Gianluca Facente e Marica Falotico che hanno accompagnato il pubblico con letture preziose, e i racconti legati al nostro passato, che giace sotto i nostri piedi e che è si trova nei musei e nella passeggiata verso la Colonna, simbolo di Kroton.

«Un’emozione unica parlare della storia della nostra città, specialmente in questo posto – ha dichiarato la scrittrice Marica Falotico –  La storia che ho scritto si basa sulla guerra tra Kroton e Sibari, in forma romanzata. Ci ho messo molto tempo a partorire questa storia, ma poi l’ho scritta di getto». Negli ultimi anni cresce l’amore verso Kroton, la sua storia, i suoi reperti, la sua mitologia: «Siamo in ritardo sì, ma meglio tardi che mai. Dobbiamo coltivare questa passione giorno dopo giorno, continuare e promuovere quello che abbiamo perchè non siamo secondi a nessuno».

Il reading nel giardino del Parco Archeologico, all’interno del Museo, è stato introdotto dall’Archeologa Chiara Capparelli, la quale ha curato la buona riuscita del fine settimana tra cultura e riscoperta della propria identità storica.

«Quando c’è da recuperare la nostra identità culturale ci spendiamo – è il pensiero di Gianluca Facente  la cornice è fantastica». Lo scrittore crotonese ha presentato la narrazione mito storica della fondazione di Kroton:  «Gli opliti hanno recuperato uno spirito identitario, che significa appartenenza e amore verso la propria terra, e non significa becero nazionalismo. Non è mai troppo tardi per spendersi verso la propria terra, chi è pessimista può rimanere a casa». Poi ha aggiunto: «Per Kroton penso Megas. E’ l’ideale».

«Tre giorni che ci hanno dato soddisfazione, grazie a coloro che hanno collaborato, dal Gruppo Archeologico Krotoniate, la Scuola Guardia Krotoniate, le archeologhe, la Cimino Slr, i tirocinanti e il personale di servizio sempre professionale – ha concluso il direttore del Polo Museale  Gregorio Aversa –  ora si tratta di continuare sistematicamente con queste operazioni e racconti, che hanno avuto successo e fanno conoscere la nostra terra, questo promontorio affascinante, misterioso. Più lo si conosce più si conoscono aspetti che possono sorprenderci».

Danilo Ruberto