Mareggiate riportano alla luce antichi rocchi di colonne a Crotone
Sulla riva del Lido 902 riemergono reperti in calcarenite: possibile legame con cave e templi del III secolo a.C. lungo la costa ionica
Il mare restituisce la storia, e lo fa ancora una volta lungo la costa di Crotone, dove le recenti mareggiate hanno riportato alla luce antichi reperti sulla riva del Lido 902. Blocchi riemersi dalla sabbia che riaccendono l’attenzione su un tratto di litorale già noto agli studiosi, ma ancora in gran parte inesplorato e poco valorizzato.
A fare chiarezza è Antonio Arcuri, con le foto allegate di Giovanni De Luca, presidente della Fondazione Santa Critelli, che ricostruisce una vicenda iniziata ormai quasi dieci anni fa. «Durante l’estate del 2016 passeggiando sulla battigia di fronte l’ex Lido Aurora la nostra vista fu sequestrata da alcuni blocchi posizionati dentro l’acqua. Dopo pochi giorni la sabbia li ricoprì e se ne perse memoria». Un fenomeno ciclico, dunque, legato al movimento del mare, che nasconde e restituisce tracce del passato.
Il caso si ripresenta nel 2020, quando la segnalazione della professoressa Marina Vincelli porta all’intervento della Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio. «Seguì un sopralluogo da parte dell’archeologo Domenico Marino in collaborazione con il Gruppo Archeologico Krotoniate – spiega Arcuri – il quale scartò la primitiva ipotesi che potessero essere delle macine, sostenendo viceversa che con tutta probabilità potevano essere rocchi di colonne».
Una lettura che trova conferma negli studi sulla costa a sud di Crotone, caratterizzata non solo da tratti sabbiosi ma anche da importanti affioramenti rocciosi in calcarenite, estesi da Capo Colonna fino a Le Castella. Proprio qui emergono elementi analoghi: blocchi squadrati e rocchi di colonne visibili ancora oggi nell’area del porto e sotto la fortezza.
I reperti riemersi sul litorale crotonese presentano caratteristiche precise. «I rocchi di Crotone sono di forma circolare in calcarenite e quindi non adatti ad essere usate come macine in quanto facilmente friabili, con foro centrale che aveva la doppia funzione: per essere trasportati e per essere uniti da elementi metallici nella costruzione della colonna». Un dettaglio tecnico che rafforza l’ipotesi archeologica e li collega a strutture monumentali.
Non si tratterebbe, dunque, di elementi isolati. Già nel 2007, a Torre Melissa, erano stati individuati reperti simili, seppur di dimensioni maggiori, riconducibili probabilmente a un tempio databile al III secolo a.C. Un sistema più ampio, che suggerisce la presenza di cave e lavorazioni lungo tutta la fascia costiera.
Secondo Arcuri, la riemersione di questi blocchi rappresenta un’occasione da non perdere. «Il nuovo recente avvistamento dovrebbe indurre gli organi competenti ad intervenire per la tutela e soprattutto per valorizzare tutta l’area», anche alla luce della presenza, proprio di fronte, dell’antico convento dei Carmelitani – poi Lazzaretto – oggi sede della Soprintendenza.
Il mare, ancora una volta, racconta ciò che la sabbia tenta di nascondere: una Crotone antica, fatta di cave, templi e lavorazioni, che riaffiora improvvisamente e chiede di essere studiata, protetta e restituita alla collettività.
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