(VIDEO) E io ci sto, da Crotone la voce di Iacomini: «I bambini in guerra sono umanità resistenti»

Ieri sera all’Orto Tellini Iacomini ha raccontato guerre, infanzia e informazione, tra testimonianze dal campo e parole di speranza

A cura di Redazione
28 agosto 2026 09:00
(VIDEO) E io ci sto, da Crotone la voce di Iacomini: «I bambini in guerra sono umanità resistenti» - Foto: Redazione
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Crotone – La guerra vissuta sulla propria pelle e quella raccontata a chi non la conosce. È da questo che Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia e giornalista, ha sviluppato ieri sera a Crotone una riflessione intensa sulla condizione dei bambini nei conflitti, sul ruolo dell’informazione e sulla capacità di resistere di chi è costretto a vivere ogni giorno dentro una guerra.

Presso Orto Tellini, nell’ambito della terza serata del Festival “E Io Ci Sto”, Iacomini ha dialogato con Fabio Canino, offrendo al pubblico uno sguardo maturato attraverso anni di missioni e testimonianze raccolte direttamente nei luoghi più colpiti del mondo.

«È una differenza enorme, ed è forse il cruccio che mi porto dietro tutti i giorni», ha spiegato parlando della distanza tra vivere una guerra e raccontarla. Quando arriva in un luogo, sa di avere davanti a sé pochi giorni: incontra bambini, ascolta le loro storie, conosce le loro mamme, condivide momenti di quotidianità. Ma sa anche che presto dovrà andare via.

«Quando ti abbracciano, ti dicono grazie, poi ti domandi: di che cosa mi ringrazia? Tanto domani prendo l’aereo e magari, in condizioni di sicurezza, vado via», ha raccontato. Dall’altra parte, invece, ci sono bambini che restano. Bambini che, come quelli incontrati recentemente in Ucraina, possono trascorrere anche sedici ore in un rifugio, in una metropolitana o sotto casa, aspettando che il pericolo passi.

È qui che, secondo Iacomini, si trova la differenza fondamentale: «Vivere una guerra vuol dire sentirla sulla propria pelle. Raccontare una guerra vuol dire fare il possibile per poterla avvicinare alle persone che non sanno che cosa vuol dire vivere una guerra».

Una responsabilità che riguarda direttamente anche il mondo dell’informazione. Oggi le crisi nel mondo sono talmente numerose che inevitabilmente i media sono costretti a compiere delle scelte. «Ci sono talmente tante guerre nel mondo, talmente tanti eventi, anche catastrofici. Non dimentichiamolo, perché non c’è soltanto il conflitto».

I numeri restituiscono la dimensione del fenomeno: «500 milioni di bambini che vivono in 70 conflitti nel pianeta». Eppure, osserva il portavoce di Unicef Italia, l’attenzione mediatica riesce a concentrarsi soltanto su alcune delle emergenze.

«Ne raccontiamo tre, ne raccontiamo quattro, ma ce ne sono molti altri». E accanto alle guerre ci sono le catastrofi naturali, come quella che ha colpito il Nepal.

«Sembra quasi che si succedano in una tragica narrazione di morte per la quale poi, alla fine, è chiaro che vengono fatte delle scelte, anche di palinsesto, anche di narrazione». Il problema, secondo Iacomini, è che spesso «i media non riescono a stare dietro a tutto» e così una crisi che sembra essere terminata continua invece a presentare enormi bisogni.

Una riflessione che lo porta a citare anche la sproporzione che può verificarsi nell'attenzione pubblica: «Penso per esempio alla spasmodica ansia con la quale abbiamo raccontato la casa nel bosco, proprio nei giorni in cui magari a Gaza morivano di fame tanti bambini».

Dalla responsabilità del racconto alla forza necessaria per continuare a vivere. È anche questo il significato del titolo del suo ultimo libro, “La Forza Sia Con Te – Cronaca di una missione in Ucraina”, arrivato alla settima ristampa.

Il titolo prende spunto da un’applicazione utilizzata dal governo ucraino, installata sui telefoni per segnalare l’arrivo di un pericolo. Quando l’allarme termina, sullo schermo compare una frase ispirata a Guerre Stellari: «Attenzione, sei salvo, adesso puoi tornare a vivere perché la forza sia con te».

Per Iacomini è quasi «un invito a non mollare». E proprio osservando le persone incontrate nelle sue missioni, dall’Ucraina agli altri teatri di crisi, emerge una parola che preferisce sostituire con un’altra.

«Quello che mi capita di vedere non soltanto in Ucraina, ma in tutte le missioni che ho fatto, sono persone, popoli, soprattutto mamme e bambini resilienti», ha detto, mettendo però in discussione un termine oggi molto utilizzato: «Usiamo tanto, abusiamo questa parola resilienza».

La sua conclusione è netta: «Non sono umanità che accettano e non lottano. No, queste umanità colpite dalla guerra sono umanità resistenti».

Resistere, dunque, significa anche continuare a dare valore alla normalità, ai piccoli gesti, al tempo presente. «Si può resistere a una guerra, lo si fa dando alla quotidianità un valore enorme, dal quale dovremmo imparare molto», ha sottolineato Iacomini. «Dando ad ogni giorno che passa un qui ed ora che spesso salva la vita».

Parole che hanno chiuso una serata nel segno dell’impegno e della testimonianza, nel cuore di Crotone, mentre oggi è in programma il finale di “E Io Ci Sto”, festival che ha portato in città incontri, storie e protagonisti del mondo della cultura, dell’informazione e dello spettacolo.

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