Vincenzo Leto, vent’anni di teatro per l'attore crotonese: «Il vero viaggio inizia ora»
L’attore crotonese celebra due decenni sul palcoscenico: il debutto nel 2006 con Alvaro Vitali, l’esperienza con l’Associazione Guitti senza carrozzone e un percorso fatto di maestri, sacrifici, fallimenti e amore per il teatro
Ci sono viaggi che non si programmano. Iniziano quasi per caso, con un passo su un palcoscenico, una battuta da ricordare e quella paura che stringe lo stomaco prima di andare in scena. Per Vincenzo Leto, attore di Crotone, quel viaggio è iniziato il 14 agosto 2006, quando salì sul palco insieme ad Alvaro Vitali. Oggi, esattamente vent’anni dopo, guarda indietro e si accorge di aver attraversato due decadi di teatro, incontri, sudore, risate, fallimenti e piccoli miracoli.
Leto affida a un lungo e intenso racconto personale il bilancio di questi vent’anni. Non una semplice celebrazione, ma una dichiarazione d’amore verso il teatro e verso tutto ciò che il palcoscenico gli ha insegnato.
«Oggi sono 20 anni di palcoscenico», scrive. Un anniversario che porta con sé «venti anni di magia», ma di una magia tutt’altro che patinata: una magia che «respira, suda, bestemmia e piange». Dentro ci sono la tensione prima di una recita, la paura di non farcela, il timore di dimenticare una battuta e quella sensazione che, nonostante gli anni, ritorna ogni volta «come se fosse la prima volta».
È il teatro della pazienza, quello evocato attraverso una delle più celebri espressioni di Eduardo De Filippo: «Tavola tavola, chiodo chiodo». Un mestiere che, per Leto, non ammette scorciatoie e non può essere costruito con fretta, presunzione o arroganza. «C'è solo il lavoro, il domani che torna, sempre nuovo, sempre da conquistare», racconta.
Una parte fondamentale di questo percorso è stata vissuta con l’Associazione Guitti senza carrozzone, alla quale Leto ha dedicato dieci anni. La definisce quasi un figlio, cresciuto «con le unghie, con la dignità, con la testardaggine di chi sa che vale la pena». Un progetto costruito mattone dopo mattone insieme alle persone che ne hanno fatto parte e grazie anche ai sostenitori e ai mecenati crotonesi che gli hanno permesso di portare avanti la propria visione in libertà.
Nel suo racconto trovano spazio anche i maestri, figure decisive nella formazione di un artista. Persone che hanno nutrito e modellato il talento, insegnando soprattutto che il palcoscenico è una responsabilità. Maestri capaci di dire «no» quando serviva e «vai» quando arrivava la paura. «Li ho amati, rispettati e uccisi con amore», scrive Leto, utilizzando un'immagine forte per raccontare quel necessario processo di crescita attraverso il quale ogni allievo, prima o poi, deve trovare la propria strada.
Poi ci sono i colleghi, le persone con cui ha condiviso palcoscenici, set, stanze e pezzi di vita. E c'è il pubblico, quello incontrato in vent'anni di spettacoli: dalle risate dei compagni di scuola, quando iniziava a imitare i professori, fino agli applausi delle migliaia di persone in piazza Plebiscito.
Nel bilancio di Leto non manca nessuno. Nemmeno chi lo ha ostacolato, perché anche gli ostacoli, racconta, gli hanno dato la possibilità di mettersi alla prova e lo hanno temprato. E nemmeno chi ha lasciato il cammino, per scelta o per necessità. «Che sia rimasto un grande vuoto o una cicatrice gentile, siete parte di questa storia a prescindere», scrive con un sorriso.
Un pensiero particolare va a chi è rimasto e, soprattutto, alla famiglia, che ha sostenuto, vissuto e nutrito insieme a lui questo sogno. A chi lo ha abbracciato, incoraggiato, sostenuto, ma anche spronato nei momenti difficili. A chi ha comprato un biglietto semplicemente credendo che ne valesse la pena. A chi si è fidato di lui anche quando lui stesso non riusciva a farlo.
Ma c'è una parte del racconto forse ancora più importante: quella dedicata ai fallimenti.
Leto non li nasconde, anzi li considera parte indispensabile della propria formazione. «A tutto ciò che non ha funzionato», scrive, dedicando un pensiero ai progetti crollati, alle certezze rivelatesi fragili e alle battute rimaste senza risate. Sono proprio quegli errori ad averlo trasformato nell'uomo e nell'artista che è oggi: qualcuno consapevole di non sapere tutto, consapevole che domani potrebbe andare male e, proprio per questo, determinato a fare bene oggi.
A vent'anni dal debutto, Leto si descrive con una metafora che racconta bene la sua idea di teatro: «un umile ciabattino del palcoscenico». Un artigiano che continua a dare forma alle battute senza presunzione, con l'amore silenzioso di chi considera il proprio mestiere importante e urgente, perché capace di «salvare e curare Anime».
La battuta, per lui, non è mai qualcosa di casuale: deve essere «scolpita, sviscerata» e poi restituita al pubblico con tutta la forza possibile.
E così, dopo vent'anni, non c'è alcun punto d'arrivo. C'è soltanto un altro giorno da affrontare. «Tavola tavola, chiodo chiodo. Si continua», scrive.
Le sue «monete di fantasia» sono ancora in tasca. Il viaggio, forse, non è mai davvero esistito, come ironicamente ammette lui stesso. Eppure vent'anni di palcoscenico raccontano esattamente il contrario: raccontano un cammino fatto di persone, scelte, errori, applausi, sacrifici e sogni.
Vincenzo Leto continua a definirsi «dilettante nella vita, stregone in un cerchio». E soprattutto continua a scegliere il teatro, «sempre con le stesse mani, lo stesso cuore, la stessa folle certezza che vale la pena».
Perché dopo vent'anni, il sipario non è ancora calato. Anzi, per lui, il vero viaggio inizia ora.
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