Un nuovo diacono nella Chiesa crotonese, pronto al servizio
Chiesa gremita a San Domenico per l’ordinazione diaconale di don Matteo Scalera: vocazione coltivata fin da giovane, ora in cammino verso il sacerdozio
Chiesa gremita, emozione e una vocazione che diventa servizio: sabato nella chiesa di San Domenico a Crotone Matteo Scalera è stato ordinato diacono, primo passo verso il sacerdozio nella diocesi.
Il giovanissimo Scalera diventa diacono e si prepara al presbiterato, davanti a una comunità numerosa e partecipe che ha voluto stringersi attorno al nuovo ministro. Un cammino lungo, non improvviso, come lui stesso aveva raccontato sul canale youtube della diocesi crotonese: «Il desiderio di diventare sacerdote l’ho avuto fin da piccolo, poi ho provato a chiudere quella porta per vivere una vita “normale”, ma le domande non se ne sono mai andate». Esperienze, relazioni, studio al Nord e poi il ritorno: «Nel tempo ho capito che il Signore agiva nella mia vita anche attraverso eventi difficili, che oggi riconosco come decisivi».
Nell’omelia, il vescovo di Crotone-Santa Severina Alberto Torriani ha richiamato con forza il senso autentico del ministero, partendo dal Vangelo di Marco: «Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore», mettendo in guardia dal rischio di una deformazione del servizio quando il “noi” prende il posto del “Lui”. Il 2025 è già stato l’anno di due nuovi sacerdoti per la diocesi, don Angelo Garofalo e don Francesco Foresta, mentre il prossimo a diventare sacerdote sarà proprio don Matteo Scalera.
Centrale l’immagine scelta dal nuovo diacono, la lavanda dei piedi: «Il grembiule non è un ornamento nobile, è un segno che sporca. Il catino non è un trono», ha spiegato il vescovo, indicando una Chiesa che non cerca prestigio ma si abbassa per servire. «Portiamo questo tesoro in vasi di creta», ha aggiunto, ricordando che la fragilità non è un limite ma il linguaggio stesso del ministero.
Rivolgendosi direttamente a don Matteo, parole nette e incisive: «La Chiesa ti chiama non perché tu sia a posto, ma perché tu sia disponibile a essere spostato. Il diaconato non ti mette al centro, ti colloca ai piedi». Le mani imposte e la preghiera, ha concluso Torriani, non sono un’investitura ma una custodia, perché solo una vita custodita dalla preghiera può restare fedele al Vangelo.
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