«Ogni ragazzo è più grande del suo errore»: al teatro Apollo il racconto dei giovani detenuti

Al teatro Apollo di Crotone le testimonianze dei giovani usciti dal carcere minorile tra dolore, rabbia e futuro

A cura di Redazione
13 maggio 2026 13:15
«Ogni ragazzo è più grande del suo errore»: al teatro Apollo il racconto dei giovani detenuti - Foto Uff. Stampa Diocesi di Crotone
Foto Uff. Stampa Diocesi di Crotone
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Nel teatro Apollo, gremito di studenti delle scuole superiori provenienti da Crotone e dalla provincia, non è andato in scena soltanto un incontro sulla devianza minorile. È stato piuttosto un confronto duro, diretto, a tratti spiazzante, capace di mettere davanti ai ragazzi e agli adulti il volto più fragile dell’adolescenza.

Protagonisti tre giovani della comunità Kairos insieme a don Claudio Burgio, fondatore della realtà educativa nata ventisei anni fa e cappellano dell’istituto penale minorile Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria.

Le loro testimonianze hanno attraversato senza filtri temi come l’abbandono familiare, la violenza domestica, la droga, i furti, la rabbia e il carcere. «A 11 anni tornavo in comunità con il primo tatuaggio», ha raccontato uno dei ragazzi. «A 15 anni avevo già una condanna definitiva di dieci anni». Un altro ha ricordato il viaggio affrontato da solo attraverso l’Europa prima di arrivare in Italia: «Ho iniziato a drogarmi, a rubare, a fregarmene di tutto».

Parole crude, che hanno colpito il pubblico proprio perché prive di retorica. Al centro non c’era la spettacolarizzazione del reato, ma il tentativo di comprenderne le radici. «Un reato è la punta dell’iceberg. Sotto ci sono abbandono, solitudine, identità fragili», ha spiegato don Claudio Burgio, riportando l’attenzione sulle ferite che spesso precedono la devianza.

I giovani hanno raccontato anche la vita dentro il carcere minorile: il sovraffollamento, la violenza, le regole non scritte tra detenuti, l’isolamento. «Eravamo in dieci in una cella con le brande a tre piani», ha ricordato uno di loro. «In isolamento parlavo con il muro per non impazzire». Eppure, proprio dentro quel limite, alcuni hanno iniziato a maturare una prima consapevolezza: «Mi ha fatto dare valore alle cose».

Il significato stesso del nome “Kairos” racchiude la filosofia della comunità: nella cultura greca indica il tempo opportuno, il momento decisivo in cui qualcosa può cambiare. Non un semplice luogo alternativo al carcere, ma uno spazio educativo fondato su relazioni, responsabilità e fiducia.

«I cancelli sono aperti», ha spiegato don Claudio Burgio. «Non posso obbligare nessuno a cambiare: devono scegliere loro». Una visione educativa che punta non sul controllo, ma sulla libertà e sulla credibilità degli adulti che accompagnano questi percorsi.

«Ho trovato una famiglia», ha detto uno dei ragazzi. Una frase semplice che sintetizza il cuore dell’esperienza di Kairos: la possibilità di sentirsi riconosciuti come persone, anche dopo gli errori commessi. Il bisogno di appartenenza, emerso più volte durante l’incontro, è apparso come uno dei nodi centrali dell’adolescenza. Quando manca una rete familiare o educativa, la strada diventa spesso l’unico luogo capace di offrire identità e riconoscimento, anche se a un prezzo altissimo.

A offrire uno sguardo istituzionale è stata anche Stefania Ciamantino, ex direttrice del carcere minorile Beccaria di Milano: «L’adolescenza non è l’età adulta. La devianza ha sempre una radice sociale. E non c’è solo il carcere come risposta». Un intervento che ha richiamato il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena e la necessità di percorsi riparativi.

Proprio la giustizia riparativa è stata uno dei temi centrali dell’incontro. Don Claudio Burgio ha raccontato episodi di riconciliazione profondi, come la lettera di perdono scritta da una madre al ragazzo che aveva ucciso suo figlio: «Ho già perso un figlio, non ne voglio perdere un altro».

Non una giustizia che cancella il male, ma una giustizia che prova ad attraversarlo, evitando che il dolore produca altro dolore. Una prospettiva che non elimina la responsabilità personale, ma tenta di ricostruire relazioni e possibilità di futuro.

Gli studenti hanno posto domande soprattutto sul domani. Le risposte sono state sincere, segnate dalla paura di essere definiti per sempre dagli errori commessi. «Fa paura, perché sono etichettato». «Se esco dalla comunità, sono solo io e io». «Sto bene lavorando con gli animali».

A chiudere l’incontro è stato l’arcivescovo Alberto Torriani, che ha lasciato ai presenti una riflessione sul desiderio e sulla speranza: «Il futuro si guarda coltivando il desiderio, con concretezza e accanto a qualcuno che ti vuole bene».

L’incontro del teatro Apollo ha lasciato una consapevolezza chiara: la devianza minorile non nasce all’improvviso. Il reato è spesso il punto di arrivo di fratture accumulate nel tempo — familiari, sociali, affettive — molto prima della cronaca.

Le storie ascoltate non giustificano gli errori, ma restituiscono complessità a vicende che troppo spesso vengono ridotte a etichette. Dietro molti reati ci sono adolescenti che hanno imparato presto a sopravvivere e troppo tardi a fidarsi.

Molti dei ragazzi intervenuti hanno parlato della rabbia come di una presenza costante: non un carattere, ma una risposta alla mancanza. Quando non esistono strumenti per dare un nome al dolore, la rabbia diventa linguaggio e il reato la sua espressione più immediata.

Eppure, proprio dentro il limite, può nascere una possibilità. Nessuno dei giovani presenti ha parlato di certezze, ma tutti hanno raccontato tentativi, cadute, ripartenze. Perché il cambiamento non è un evento improvviso, ma un processo lento che ha bisogno di legami, tempo e fiducia.

Ciò che emerge con forza è forse la lezione più importante della giornata: le persone cambiano quando qualcuno continua a credere che possano farlo. Ogni ragazzo resta più grande del suo errore. Dietro una storia spezzata può ancora esistere un futuro.

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